Testimonianze

 

 

Qui di seguito alcune testimonianze a noi pervenute, su esperienze negative avute con gli amministratori di sostegno. Ringraziamo quanti ci hanno scritto e quanti continueranno insieme a noi questo necessario e lungo percorso. Rinnoviamo il nostro invito ad inviarci le vostre testimonianze, scriveteci a dirittiallafollia@gmail.com , saranno pubblicate in anonimato.

 

“Se la tutela diventa ragnatela”

Testimonianze

 

E.F.

Buongiorno, sono una disabile, ero ogni giorno assistita da un bravo operatore che mi assisteva negli atti della vita, dopo che ho avuto una diagnosi di malattia mentale me lo hanno tolto, sono stata licenziata e un assistente sociale che non mi conosce mi ha messo un ADS, io chiesi aiuto ad una associazione che si batte per i diritti dei disabili, all’inizio mi risposero poi sparirono. Ancora adesso aspetto che qualcuno si interessi alla mia storia ma nessuno si fa mai vivo.
A tutto questo si aggiunge che sono stata derubata dei miei risparmi.

U.R.

La mia non è una situazione felice, il mio non può considerarsi un caso ben gestito.
La famiglia intera e le badanti si azzuffano, mi derubano, usano la psichiatria e la polizia per punirmi.”Se non accetti l’invalidità sei malato di mente” – questo mi dice lo psichiatra, vuole parlare solo lui.
Lui, gli operatori, negano la realtà domestica che vivo, zeppa di malesseri e perversioni dei familiari e di qualche condomino, ma giustificano la mia presa in carico coatta. Continue chiamate al DSM e alle forze dell’ordine, TSO e ADS, internamento e interdizione.  Dopo 12 anni l’assegno mensile di 270 euro lo gestiranno emissari e diagnosti; mi sento danneggiato dai neurolettici, da cattiva alimentazione e dall’internamento a vita presso questi luoghi segreti chiamati SIR (Strutture intermedie residenziali) o Comunità ad alta protezione per residui manicomiali o psicotici, luoghi mai scoperti ed indagati, dove raramente sono effettuati controlli dai NAS dei Carabinieri.
Ho assistito a violenze su altri pazienti.
Le invalidità civili per malattia mentale sono proprio la privazione di tutti i diritti che devono essere liberamente esercitati per garantire il benessere sia mentale che fisico, quindi la stessa salute mentale, lo star bene con se stessi e gli altri. Mi sento privato delle possibilità concrete di affrontare la sofferenza , la vita, di crescere, di essere autonomo e incluso nel mondo sociale.
Chi ha capito e sa intende, chi è estraneo e si improvvisa sapiente continui a fantasticare.
Si impadroniscono della vita altrui, ne fanno ciò che vogliono, la distruggono.
Ho chiesto aiuto a chi si dice contro gli usi e abusi della psichiatria, la continua risposta non è altro che quella di accettare la realtà e sottostare, non ribellarsi e comportarsi bene, abbassare la testa, quindi mi hanno dato torto al pari degli altri.
Se mi rifiuto mi fanno la lobotomia chimica; TSO e ADS o REMS, costretto nuovamente ad essere folle come tutti i folli, contro la mia volontà, “bravo” fare il “bravo”,pensare e agire come loro, facendo come loro male a se stessi e agli altri. Questo è il prezzo della negazione: negazione della realtà, dei diritti/doveri, dei conflitti, del tempo e degli spazi, dei luoghi e delle persone stesse.
Mi hanno tolto il diritto di lavorare, vorrei vivere da solo lontano da tutti.
Non ho diritto al tempo, allo studio, allo spazio, alla mia libertà e alla tranquillità, né ad avere i miei soldi del mio conto online che gestisce mio cugino indebitamente. Ed è vietato denunciarli. Chi li autorizza? Non hanno titolo, facoltà e autorità per farlo. Qui si sta scherzando con la mia vita

A.F.

La mia è stata ed è una sostituzione, quasi non esistessi.

In 5 anni mi è costata 7000 euro per fare documenti per la successione ereditaria che non hanno ancora finito. Per non parlare dei TSO che mi hanno fatto, dovuti alla situazione insopportabile nella quale mi trovo, veri e propri sequestri di persona. Il resto non è sintetizzabile. Sono caduta in un tranello. Il giudice continua a prorogarmi l’ADS per questi ricoveri in psichiatria.

M.B.

Anche per mio figlio abbiamo preso l’ADS. Avevo chiesto ad un avvocato, si è preso 1500 euro, spendeva continuamente e mio figlio non ha più voluto. Il giudice ha nominato un altro amministratore tramite un’associazione che si è presa subito 600 euro. Sarebbe stato bene che l’ADS fosse un familiare, me ne rendo conto solo ora, e mi sembra sia troppo tardi.
Un avvocato mi ha detto che fare l’ADS è una rogna …
Mio figlio prende l’assegno di invalidità di 280 euro al mese e questi non gli dà neanche la tredicesima perché dice : ” ci sono le spese”, oltre a prendersi altri soldi sempre con l’autorizzazione del giudice tutelare.  A noi genitori non dice niente, chiede solo soldi, noi siamo solo gli ufficiali pagatori.

M.A.

L’ADS ha risolto tutti i problemi relativi all’aspetto economico senza mai dare peso alla mia volontà perché ero soltanto una persona malata di mente come dichiarato dai medici ospedalieri.

C.S.

Non sono contenta di come operano giudice tutelare e ADS nei confronti delle mie richieste. Mia madre subisce tutti i giorni la violenza della Legge 6/2004.
Sono la figlia di una signora di 81 anni affetta da deterioramento cognitivo avanzato, ricoverata presso una struttura convenzionata e soggetta ad ADS dal 2013.
Mia madre soffre di allucinazioni e delirio sin dall’insorgenza della sua malattia neurodegenerativa, negli anni è stato redatto specifico piano terapeutico per la sua persona, da uno psichiatra del CSM prima e poi da un neurologo del SSN, presso l’ospedale, che però dal 2017 è andato in pensione.
Da allora la dose di psicofarmaco è stata progressivamente ridotta dal medico di medicina generale (MMG) che collabora con la struttura per tutti gli ospiti paganti. Ciò ha comportato una recrudescenza del delirio in mia madre che sembra immersa in una trance dolorosa, dove piange e si dispera e si lamenta per ore, non riesco ad interagire con lei se non con grande fatica a causa della sua totale assenza dalla realtà circostante.
Ho provato a segnalare il problema agli infermieri diverse volte, ma loro si rifiutano di parlarmi o negano che il problema esista. Ho quindi richiesto di far fare una visita specialistica a mia madre con spesa a mio carico, nulla si è risolto però: la geriatra (da me scelta su indicazione di altri familiari e alla quale avevo delineato precisamente le mie perplessità) venuta a visitare mia madre in struttura dichiara, al contrario di quanto mi aveva assicurato al telefono precedentemente, che non si sentiva di poter cambiare o alterare in alcun modo la terapia prescritta dal MMG, limitandosi a redigere una relazione del tutto vaga e di valutazione molto superficiale, addebitando le lamentele e il pianto di mia madre a una generica “richiesta di aiuto” tipica dei malati di quella malattia neurodegenerativa.
Recentemente ho chiesto nuovamente all’ADS di poterle far fare una visita specialistica, questa volta da parte di uno psichiatra esperto,  ma l’ADS mi ha scritto:

  • di non sapere nulla della sofferenza di mia madre (la stessa dell’anno scorso) visto che i sanitari della struttura non lo hanno informato di nulla al riguardo (ma il problema è lo stesso dell’anno scorso);
  • di poter autorizzare la visita solo se presente anche mio fratello.

Specifico che detto ADS, così come il giudice tutelare, è ben a conoscenza della violenza e dell’aggressività sistematica di cui sono stata fatta oggetto da parte di mio fratello. Nel 2017 è stato precluso a tutti i famigliari il contatto con i sanitari della struttura, provvedimento scaturito dalla rinuncia di mio fratello alla potestà sanitaria su nostra madre. Il giudice tutelare l’ha accolta senza esitazione ma ha anche escluso tutti gli altri famigliari da questo diritto, me compresa.
Questo allontanamento ha sicuramente portato gravi conseguenze allo stato di mia madre, la continuativa frequentazione quotidiana con lei mi ha reso una brava interprete delle sue esigenze e poi io conosco il suo trascorso medico, potrei dare notizie utili a chi si prende cura di lei in questo momento. Come può essere che il Giudice Tutelare a questo non dia importanza?
Se chiedo delle visite specialistiche a mie spese continuano a impormi come condizione preliminare la presenza di mio fratello, eppure le spese rimarrebbero a mio totale carico, mio fratello non vuole contribuire in nulla per la sua congiunta. Per rimediare a questo ho anche più volte proposto di recapitare a lui il certificato finale di visita.
Non solo mi è stata preclusa la potestà sanitaria, mi sono stati vietati dal giudice anche i rapporti puramente conoscitivi sulle condizioni di salute di mia madre, questo perché l’ADS gli ha riportato che la sottoscritta non aveva fatto “del suo meglio per andare d’accordo con la struttura”, non menzionando  quindi tutti i problemi che la struttura stessa aveva causato a mia madre e che sono stati puntualmente da me segnalati allo stesso ADS. Ciò comporta che se mia madre sta male, se viene portata in ospedale, nessuno mi dice ciò che è successo. Questo trattamento è stato voluto per me dai dirigenti della struttura e dall’ADS di mia madre,  ratificato e approvato dal giudice tutelare, senza nessuna possibilità di replica o di difesa della mia persona. Tale atteggiamento psicologico e morale proviene inoltre da dirigenti strettamente osservanti della fede cattolica, essendo la struttura di proprietà della Curia territoriale.
Le mie istanze al tribunale, per l’ADS, non hanno avuto alcuna risposta né è di mia conoscenza  se siano effettivamente pervenute all’attuale GT. Questa mancanza di segnali, di comunicazione tra Istituzioni e cittadini immagino sia un comportamento solito, passa per normale e non mi sembra giusto.

F.B.

La storia psichiatrica di mio fratello, inizia nel 1999 con il primo ricovero in psichiatria. Seguono altri ricoveri negli anni fino a che nel 2003, viene inserito in una comunità C.R.T. per circa un anno per poi fare ritorno a casa. La diagnosi è schizofrenia (uditore di voci). La stessa identica terapia per tipologia e quantità, all’uscita della comunità, verrà protratta in tutti gli anni a venire, fino al 2020 (antipsicotici, antidepressivi, ansiolitici). Un anno dopo quell’evento, nel 2004, decido di distaccarmi dalla famiglia ed inizio una convivenza, ancora attuale, con la mia compagna, a circa 30 km di distanza, in altra provincia adiacente. Mantengo negli anni i rapporti con la famiglia. Arriviamo al 2017, anno in cui entrambi i nostri genitori si ammalano di cancro e decedono pochi mesi dopo, a cavallo tra il 2017 e 2018. Fin dall’inizio del decorso dei nostri genitori, mi occupo di mamma, papà e mio fratello. Dopo i primi mesi di malattia, decido volontariamente di dimettermi dall’azienda per quale lavoravo, con ruolo tra l’altro cardine per l’attività. Prendo questa decisione in quanto iniziavano ad essere numerosi i ricoveri in emergenza dei nostri genitori e per poter seguire più da vicino mio fratello. Contestualmente inizio a prendere rapporti anche con il CPS di mio fratello, sostituendomi in toto ai miei genitori.
A giugno 2018, si chiudono le 2 successioni per decesso dei nostri genitori ed io e mio fratello, ereditiamo tutto al 50% non essendoci testamento specifico. Ereditiamo sia immobili, sia una consistente liquidità economica, sempre al 50%. Tra gli immobili ereditati, vi è una casa sfitta da anni, in condizioni vetuste, un piccolo negozietto in affitto ed un bilocale in affitto. Anche la casa dei nostri genitori diviene di nostra proprietà al 50% tra me e mio fratello. Appartamento che viene utilizzato esclusivamente da lui (quindi non 1° casa per il sottoscritto). Decido quindi come priorità, di poter mettere almeno in vendita l’immobile sfitto decadente, onde evitare inutili spese in quanto impossibile da mettere a reddito. Per fare ciò, decido di chiedere una procura semplice per agevolare un domani mio fratello, nelle pratiche notarili in quanto mio fratello, può spostarsi autonomamente solo entro un tot di km dall’abitazione dei nostri defunti genitori mentre per giungere in posti nuovi, preferisce almeno le prime volte, avere la sicurezza della mia presenza.
Tuttavia, pur avendo trovato nel frattempo un acquirente pronto ad acquistare e rogitare tale immobile, non abbiamo più notizie dal notaio che doveva rogitare. Mi contatta il notaio qualche settimana seguente, comunicandomi che, dopo essersi confrontata con la psichiatra del CPS che segue mio fratello, mi informa che non può più rogitare. Per rogitare, occorre che io chieda ad un tribunale di poter diventare ADS di mio fratello.
Tra l’altro contestualmente, la psichiatra storica di mio fratello che lo aveva seguito per 20 anni, decide di non tenerlo più in carico dopo che il sottoscritto ha effettuato poche settimane prima un incontro specifico con tale dottoressa per parlare espressamente della possibilità di un percorso alternativo al CPS, con altri medici, volto ad una dismissione graduale delle terapie farmacologiche fin dove possibile e a determinate condizioni (avvicinamento di mio fratello al sottoscritto). Tale possibilità viene espressamente negata e secondo il parere del CPS, mio fratello dovrà continuare ad assumere a vita le terapie prescritte valutando come assolutamente non attuabile, una riduzione nel tempo degli psicofarmaci, per tipologia e quantità.
A dicembre 2018, giungono quindi in tribunale, le pratiche per diventare ADS di mio fratello e a gennaio 2019, abbiamo la 1° udienza con il GT In occasione dell’udienza, dichiaro in modo del tutto trasparente al giudice che:

1)     Dei 2 affitti che percepiamo, il 50% destinato a mio fratello è stato trattenuto dal sottoscritto diversi mesi dopo la chiusura delle successioni (antecedentemente infatti, utilizzo tutta la mia liquidazione dalla dimissioni lavorative), in virtù di un accordo tra me e mio fratello in quanto, quest’ultimo gode in via del tutto esclusiva dell’appartamento dei nostri genitori (mentre io, pago l’affitto con la mia compagna nell’immobile dove risediamo). Per me inoltre, l’appartamento dove vive mio fratello, non è prima casa e quindi mi sono ritrovato a pagare unicamente l’IMU (tra l’altro molto elevata) su tale immobile. Inoltre, pur avendone diritto, non ho mai chiesto alcuna indennità di locazione a mio fratello per l’utilizzo esclusivo dell’appartamento dei genitori defunti nonostante fosse in comproprietà al 50%.

2)     A dimostrazione della mia totale trasparenza e buona fede nei confronti di mio fratello, riferisco al giudice che nonostante io incassi il 50% degli affitti di mio fratello, per me tutto ciò è comunque una perdita economica perché il mio stipendio, pre-dimissioni l’anno precedente, era ben più consistente rispetto la cifra totale incassata dagli affitti.

3)     Informo il giudice del motivo esclusivo per richiedere di essere nominato ADS di mio fratello, ovvero poter vendere l’immobile sfitto vetusto come da richiesta del notaio ed un domani, poter trovare una soluzione abitativa per mio fratello più vicina a me e alla mia compagna, anche perché la zia che abita sotto casa di mio fratello, non gradisce la sua presenza. Quindi, vendere in futuro anche l’appartamento dei nostri genitori dove vive mio fratello per poter comprare un nuovo immobile vicino alla mia residenza. Questa soluzione comunque, da verificarne la fattibilità nei modi e nei tempi più opportuni per mio fratello, dato che lui ha sempre vissuto con i nostri genitori. Per nessun altro motivo, richiedo di diventare ADS di mio fratello in quanto lui conserva diverse autonomie.
Mio fratello in udienza, alla domanda del giudice riguardo la sua volontà di un possibile trasferimento abitativo più vicino al sottoscritto (o in convivenza previo acquisto di adeguato immobile) risponde che “ci devo pensare, al momento non sono sicuro di trasferirmi”, come normale che sia e in diritto di qualunque persona, prendersi del tempo prima di fare una scelta simile.
Passano alcuni mesi in attesa del decreto di nomina e a mia sorpresa, viene nominato come ADS di mio fratello, un commercialista con poteri unicamente amministrativi per gli atti di straordinaria amministrazione mentre per le scelte terapeutiche, tali decisioni rimangono totalmente in carico al beneficiario. Il GT in decreto dichiara che l’incasso del 50% degli affitti, è contrario agli interessi del beneficiario ed inoltre, rilevando in udienza che mio fratello non era sicuro di trasferirsi, interpreta la mia ipotesi/suggerimento di valutare in futuro il trasferimento di mio fratello come una forzatura nei suoi confronti adducendo quindi, che il mio comportamento, è inadeguato agli interessi e alle volontà del beneficiario. A mio fratello viene quindi limitato l’uso del suo conto corrente tramite una tessera che può essere ricaricata unicamente dall’ADS cosa che prima non aveva in quanto lui ha sempre avuto un suo bancomat gestito da lui in totale autonomia e mai in passato, anche in presenza dei genitori, ha utilizzato il suo denaro in maniera sconsiderata.
Nel corso di tutto il 2019, nonostante la nomina esterna di un ADS, continuo ad occuparmi di mio fratello. Tutte le settimane, lo porto 2 volte a settimana presso la mia residenza per fare assieme dei lavori di artigianato che a lui piacciono, facendo circa 200 km ogni settimana, per tutto il 2019. Questo in virtù del fatto, di aver chiesto che mio fratello, non frequentasse più una cooperativa che frequentava nel 2018 a causa di alcuni spiacevoli episodi che riportava al sottoscritto. Inoltre, propongo questa soluzione anche per iniziare ad abituare mio fratello ad allontanarsi da casa sua, viste le sue note storiche difficoltà a raggiungere e frequentare luoghi e persone a lui poco conosciuti, distanti da casa. Tutto ciò, dopo le prime iniziali difficoltà, avviene in maniera del tutto naturale per mio fratello tant’è che nel 2019, effettua con la mia presenza oltre 100 trasferimenti dalla sua residenza a casa mia, per fare questi lavori d’artigianato nel box del garage condominiale dove vivo.
Tralascio il dettaglio dei primi colloqui avvenuti tra il sottoscritto, la mia compagna ed il 1° ADS colloqui in cui in modo del tutto palese, l’ADS si pone nei miei confronti in modo molto provocatorio, cercando il più possibile di distaccare la mia presenza e i miei interventi nella vita e quotidianità di mio fratello. Da sottolineare che da inizio 2019 fino a maggio 2019, riesco con molta fatica a trovare uno psichiatra privato ed uno psicologo che dichiarano di potersi prendere in carico mio fratello anche in seguito ad un ipotetico trasferimento e che soprattutto, sono disposti a valutare positivamente un percorso mirato ad una possibile graduale riduzione delle terapie farmacologiche nel tempo, a differenza del CPS, come da volontà espressa più volte negli anni da mio fratello in famiglia. Difatti, nel corso dei primi mesi del 2019, i due professionisti privati effettuano diverse sedute di psicoterapia domiciliari con mio fratello e addirittura nell’ultima occasione, prima della nomina dell’ADS, mio fratello effettua anche una seduta di psicoterapia direttamente in studio da uno dei 2 professionisti, a molti KM di distanza da casa sua, questo a dimostrazione della capacità di mio fratello di allontanarsi anche molto da casa e di affrontare nuove sfide nella vita, con il mio supporto.
Tuttavia, nel 1° incontro fra mio fratello e l’ADS, l’ADS prova a indebolire la convinzione di mio fratello nel proseguire il percorso privato terapeutico che stavamo costruendo da alcuni mesi in accordo e fuori dal CPS, uscendo in tal modo dalle funzioni che per decreto gli spettano. Dice che sono troppo costosi i medici che abbiamo trovato e che il CPS è più vicino e comodo da raggiungere. Il percorso terapeutico privato di mio fratello viene di fatto, interrotto bruscamente dall’ADS non conoscendo inoltre minimamente, cosa era stato fatto negli anni passati ed i risultati invece ottenuti grazie alla mia costante presenza e a quella della mia compagna. Tutto ciò in occasione del suo primissimo incontro con mio fratello.
Arriviamo ad ottobre 2019, mese in cui il 1° ADS di dimette volontariamente dal suo incarico in quanto mio fratello, nel corso dei mesi del 2019 in ambito ADS, decide volontariamente di fare questo passo, ovvero di trasferirsi in convivenza con il sottoscritto e la compagna in adeguato immobile da acquistare o in immobile del tipo villetta a schiera. Comunica quindi in totale autonomia al CPS, al SIL e all’ADS, la sua intenzione di trasferirsi vicino a me e alla mia compagna.
Le dimissioni di questo 1° ADS, vengono giustificate dallo stesso “a causa di problemi famigliari e lavorativi” proprio quando avrebbe invece dovuto iniziare ad adempiere al suo lavoro di ADS.
Io e il mio avvocato tuttavia, non sappiamo nulla delle dimissioni dell’ADS ad ottobre 2019 infatti veniamo informati dallo stesso ADS che il giudice tutelare, fisserà un udienza per decidere il da farsi in merito al trasferimento ma ciò non corrisponde al vero. Solo dopo un accesso del mio avvocato al fascicolo cartaceo in cancelleria a dicembre 2019 (nel fascicolo telematico non vengono spesso riportati gli allegati in PDF dei provvedimenti e comunicazioni del GT e ADS), scopriamo che l’ADS si è dimesso, che il giudice non ha mai voluto fissare un’udienza e che soprattutto lo stesso ADS, come da richiesta specifica del giudice, comunica a quest’ultimo di “non essere a conoscenza di alcun eventuale percorso psicoterapeutico post trasferimento” quando invece aveva in mano ben 3 relazioni mediche dei nostri professionisti privati nelle quali si spiegava appunto, la loro futura presa in carico di mio fratello e cosa avrebbero fatto dal punto di vista farmacologico, psico-sociale, lavorativo, famigliare. Inoltre lo stesso ADS, aveva conosciuto di persona lo psichiatra privato su richiesta del sottoscritto in occasione di un meeting richiesto da me, direttamente in CPS. Inoltre, conosceva perfettamente cosa aveva fatto anche lo psicologo privato e cosa avrebbe fatto post trasferimento.
Accedendo a dicembre 2019 al fascicolo cartaceo, scopriamo che il giudice nel frattempo, nomina un nuovo amministratore di sostegno (un avvocato), il tutto a insaputa del sottoscritto, del mio avvocato e di mio fratello. Il nuovo ADS, diviene effettivamente operativo solo dopo i giorni seguenti l’epifania 2020. Nel frattempo, chiede al tribunale un preventivo di rimborso di equo indennizzo di 800€ per l’anno 2019, cifra a parere del sottoscritto spropositata in quanto lo stesso ADS, non aveva nemmeno ancora gli accessi al c/c dell’amministrato, gestito ancora a tutti gli effetti, dal precedente dimissionario ADS, né aveva gestito minimamente alcun aspetto burocratico da adempiere ne confronti di mio fratello tale da giustificare per l’anno 2019, una richiesta di tale portata.
Con il mio avvocato, continuiamo a fare istanze su istanze, sia per chiedere urgentemente udienza sia per mettere in rilievo i fatti trascorsi incongruenti con quanto comunicato dagli ADS ma il tribunale non risponde alle nostre richieste di riceverci a udienza né approfondisce il lavoro svolto dagli ADS offrendoci un contraddittorio, né approfondendo la situazione in ambito sanitario in relazione a CPS, medici privati e famigliari. I rapporti avvengono sostanzialmente fra tribunale, ADS e CPS.
Arriviamo ai primi giorni di febbraio 2020, pochi giorni prima che scoppiasse ufficialmente la pandemia covid-19 il Italia con le prime restrizioni sociali/sanitarie. Da evidenziare che nel corso dell’anno precedente, nel 2019, si erano inoltre verificati dei fatti spiacevoli tra la badante di mio fratello (assunta per cucinare e pulire casa 3 ore al giorno). Fatti riguardanti non solo puramente il modo di gestire la casa da parte della signora ma anche dei rapporti tra la badante e mio fratello, palesemente a parere del sottoscritto, nel condizionarlo psicologicamente per evitare di trasferirsi (salvaguardando così il suo posto di lavoro). Il sottoscritto nel 2019 e 2020, segnala al tribunale e agli ADS, l’urgenza di sostituire quella persona ma anche in questo caso, sia il tribunale sia gli ADS, ritengono le nostre richieste infondate e di poco conto pur avendole dimostrate come reali, nei fatti, con tanto di prove fotografiche. Propongo così a mio fratello i primi giorni di febbraio, di trasferirsi a casa nostra per una prova di convivenza dato che né il tribunale, né gli ADS, né il CPS, né la badante agevolano in alcun modo questo passaggio. Decisione volta a dare un segnale forte al tribunale, per farmi ricevere almeno in udienza dal GT ed anche per salvaguardare mio fratello dalla situazione che si era creata a casa sua con la badante, in evidenti rapporti di fiducia con l’ADS.
Mio fratello il giorno stesso della proposta, si trasferisce da noi. Per questo trasferimento, il GT segnala prontamente alla Procura della Repubblica questo fatto per accertare eventuali provvedimenti di penale rilevanza nei miei confronti. Il motivo di questo provvedimento da parte del giudice risulta agli atti come “un trasferimento coercitivo e illegittimo su iniziativa del fratello in quanto il CPS dichiara nell’ultima relazione clinica che, nel caso mio fratello si trasferisse dal sottoscritto, potrebbe avere potenzialmente rilevanti scompensi psichici per fobie da allontanamento dal suo abituale luogo di residenza” aspetto ampiamente non veritiero in quanto nel corso del 2019, mio fratello ha frequentato e conosciuto spesse volte, la città e la residenza dove vivo, come già descritto addietro in questo documento.
Tale provvedimento del GT ci perviene pochi giorni l’inizio della convivenza provvisoria (bilocale condominiale). A quel punto, capisco che non ci sono più speranze per un futuro definitivo trasferimento di mio fratello né per una possibile futura dismissione graduale delle terapie farmacologiche come era in progetto di fare al trasferimento, a determinate condizioni, con i medici privati. Propongo quindi di sfruttare tale situazione di trasferimento temporanea, per iniziare in autonomia con mio fratello, a ridurre gradualmente le terapie farmacologiche.
Dismissione parziale che avverrà per un totale del 50% circa rispetto le quantità della terapia abituale, nel corso dei 3 mesi di convivenza, durante i quali mio fratello non solo migliora in modo evidente la sua situazione psico-emotiva ma anche fisica (registro a tal proposito, diversi video di vita quotidiana facendoli visionare anche all’ADS). Difatti mio fratello, fino ad una settimana prima del suo rientro a casa dei genitori, dopo 3 mesi di convivenza, diventa anche completamente autonomo in alcuni spostamenti, senza il supporto della mia presenza.
Tuttavia dopo 3 mesi di convivenza, mio fratello mi comunica di voler rientrare a casa sua in quanto preferirebbe come giusto e normale che sia, avere una casa sua e degli spazi tutti suoi in quanto non riesce ad adattarsi ad alcune situazioni di convivenza con la mia compagna, di condivisione degli spazi comuni (non ha una sua camera da letto, dorme sul divano letto in sala), routine e situazione di vita che mai aveva affrontato prima, se non con il sottoscritto.
Anche in questi 3 mesi, il GT richiede all’ADS di relazionare in merito alla situazione di convivenza ma l’ADS non effettua addirittura alcuna telefonata al suo amministrato di sua iniziativa. Anzi… gli unici 3 contatti telefonici tra l’amministrato e l’ADS avvengono su iniziativa di mio fratello, per richiedere la ricarica della tessera ricaricabile.
Una volta che mio fratello torna a casa sua, lo sento telefonicamente nei 3 giorni seguenti e vado a trovarlo anche una volta per sincerarmi che stesse bene, cosa che a tutti gli effetti noto rilevando che non ci sono particolari problemi di ansia.
8 giorni dopo tuttavia, vengo a conoscenza che mio fratello richiede all’ADS che vuole assolutamente trasferirsi in quanto si trova a disagio nell’essere rientrato a casa sua e alla fine, riferisce di trovarsi meglio in compagnia del sottoscritto.
L’ADS ne prende atto, lo comunica al GT. Due giorni dopo, interviene a domicilio la psichiatra del CPS e mi riferisce telefonicamente che mio fratello è in uno stato di forte ansia. Gli viene ripristinata quasi la totalità delle terapie dismesse parzialmente durante la convivenza, tutte in una volta sola.
La badante, continua a recarsi al domicilio di mio fratello ed il suo posto di lavoro, è stato mantenuto nel corso dei 3 mesi di convivenza a casa del sottoscritto.

Da evidenziare quanto segue, in riferimento all’ADS

Se dovessi riassumere le criticità degli ADS con i quali sono venuto a contatto:

– non pagavano le utenze della casa intestata a A. o lo facevano sempre in ritardo rischiando la chiusura di luce/gas dell’appartamento

– non hanno mai rimborsato la zia che abita sotto casa di A. e che anticipava le somme dovute da mio fratello per il giardino, fognatura, luce comune, acqua comune

– al sottoscritto, non hanno mai rimborsato diverse spese, nonostante fossero di totale competenza di A.; mi è stato riconosciuto dopo oltre 1 anno solo un parziale rimborso

– Il tribunale ha imposto la tessera ricaricabile ad Andrea, con ricariche di circa 250/300 euro. Mio fratello ha sempre avuto il suo bancomat personale senza alcuna limitazione, ed è stato sempre autonomo in tal senso, e non ha mai creato problemi dimostrandosi sempre cauto nelle spese. Non capisco perché abbiano applicato questa misura con lui.

– Il secondo ADS, così come il primo, non risponde mai alle mie e-mail su argomenti che mi riguardano direttamente avendo in comunione immobili e adempimenti burocratici, spesso da risolvere urgentemente

– Il tribunale non fa alcun commento né accenno alle relazioni dei medici privati ma fa unicamente e sempre riferimento, alle relazioni cliniche del CPS che mai hanno agevolato il mio interesse fraterno per A.

– Nel fascicolo telematico, risultano approvate dal GT 3 atti di straordinaria amministrazione tra cui il benestare per la vendita della casa sfitta in condizioni vetuste, ma io non ho avuto comunicazione di questo da nessuno, nemmeno da parte dell’ADS

– Tutti gli ADS non si sono mai interessati ai pareri medici dei professionisti privati, privilegiando di fatto le relazioni cliniche del pubblico

– Tutti gli ADS sono risultati palesemente impreparati nel gestire un amministrato con diagnosi psichiatrica, adottando provvedimenti e iniziative non previste nei loro decreti di nomina.