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“Io resterei a casa ” : Testimonianze dai luoghi di restrizione della libertà.

 

Io resterei  a casa ” :

Testimonianze dai luoghi di restrizione della libertà.

Il Comitato  per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti disumani o degradanti (CPT), organismo del Consiglio d’Europa, in questi giorni ha pubblicato una dichiarazione di principi relativa al trattamento delle persone private della libertà nel contesto della pandemia da coronavirus.

Qui di seguito un passaggio :

“La pandemia da coronavirus  si è rivelata una prova di carattere eccezionale per le autorità degli Stati membri del Consiglio d’Europa. Ciò comporta una sfida specifica ed intensa per il personale che opera nei vari luoghi di privazione della libertà personale quali i commissariati di polizia, gli istituti penitenziari e strutture psichiatriche, i centri di detenzione per migranti, le residenze per persone con disabilità o anziane così come le zone di confinamento recentemente istituite per le persone poste in quarantena. Pur riconoscendo la chiara necessità di adottare misure decise per combattere il COVID-19, il CPT sente il dovere di rammentare a tutti gli attori coinvolti la natura assoluta e cogente del divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti. Le misure precauzionali adottate dalle autorità non devono mai giungere a configurare trattamenti inumani e degradanti delle persone private della libertà personale.  Il CPT ritiene che tutte le autorità competenti nell ’ambito del Consiglio d’Europa debbano attenersi ai dieci principi evidenziati, a cominciare da quello fondamentale che così è enunciato: «Il principio di base deve essere quello di adottare ogni possibile misura per la protezione della salute e della sicurezza di tutte le persone private della libertà personale. L’adozione di tali misure contribuisce a preservare di conseguenza la salute e la sicurezza del personale».

Ma è su questo punto che vorrei focalizzare l’attenzione :

Poiché lo stretto contatto personale contribuisce la diffusione del virus, le autorità devono concentrare i propri sforzi sul ricorso a misure alternative alla privazione della libertà personale. Tale approccio assume una natura imperativa in particolare in situazioni di sovraffollamento carcerario. Inoltre, le autorità competenti dovrebbero esercitare un ricorso maggiore a misure non detentive quali le alternative alla custodia cautelare, la commutazione della pena, la liberazione condizionale e la messa alla prova; la necessità di valutare lo stop ai prolungamenti dei ricoveri involontari dei pazienti psichiatrici; la dimissione o sistemazione di residenti di strutture per persone con disabilità o anziane nella comunità esterna. Inoltre, occorre limitare il più possibile la detenzione dei migranti. “

Prendo spunto da questo documento per riportare alcune testimonianze da chi vive in prima persona questa situazione.

In pratica ognuno fa per sé ”, mi spiega Valeria operatrice sanitaria presso una struttura che ospita persone con disabilità in un paesino della Sardegna, “ così come ribadito dal decreto del 4 marzo che attribuisce ai direttori sanitari delle strutture la responsabilità di valutare caso per caso chi far entrare o meno e perché”.

Poi aggiunge con una punta d’orgoglio  “ già prima del decreto noi abbiamo limitato al massimo le visite dei familiari, all’inizio questo ha causato proteste e malcontento, ma poi tutti hanno capito che l’abbiamo fatto per tutelare gli ospiti, e ci hanno ringraziato “.

C’è poi la situazione di chi è costretto a trascorrere le proprie giornate in strutture residenziali psichiatriche perché soggetto alle famigerate “misure di sicurezza” come  la libertà vigilata.

Conosco Roberto da anni, mi viene assai difficile pensarlo “socialmente pericoloso”, odiosa etichetta affibbiatagli in seguito ad una perizia psichiatrica durata  10 minuti, ed è stato pure fortunato a non finire in una residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS). Mi dice che da due anni attende il riesame della pericolosità sociale, un anno trascorso fuori dalla sua regione, la Sardegna, alla faccia della competenza territoriale. Mesi fa viene “collocato “  in una struttura in mezzo al nulla, finalmente viene fissata la sua udienza, ma arriva l’emergenza-virus e la rimandano, giorni da incubo per Roberto e tanti come lui.

Mi scrive: “ Vita nella comunità ai tempi del covid 19:Vietate le uscite fuori dalla comunità, niente rientri a casa, niente attività, nessun modo per passare la giornata in modo piacevole. Qui la situazione è pesante non vedo l’ora che finisca tutto questo, non se ne può più ,vorrei stare a casa con la mia famiglia perché qui le giornate sembrano più lunghe del solito… Tanti saluti”.

Mi scrive Carla, figlia di  un’anziana signora “ospite” di una residenza sanitaria assistita  (RSA) in Emilia Romagna :

“Delle residenze per anziani si sa poco e nulla , se non le descrizioni pubblicitarie che appaiono invitanti dalle varie carte dei servizi offerti.. Ciò che si sa delle RSA in tempi di coronavirus è ancora meno.

Come è andata la gestione dell’infezione da coronavirus? Ebbene non si sa, o meglio lo si sta appurando  pian piano e con molta fatica. Ci sono  state sicuramente delle circolari interne tra ASL e strutture, ma il contenuto è misterioso.  Di fatto quello che i familiari dei degenti hanno saputo è stato (tanto per cambiare) che dovevano seguire, loro,  nuove regole e che la spiegazione era appunto l’applicazione del DPCM.

 Quindi progressivamente, l’accesso dei familiari è stato sempre più limitato e infine escluso completamente. In pratica apparentemente tutto continuava come se niente fosse. Nessuna comunicazione più accurata o rassicurante è stata data alla maggioranza dei parenti esclusi.  Alcuni si sono dati da fare subito per stabilire contatti anche visivi tra malati e familiari, con tablet, videochat su whatsapp, a volte, i più fortunati, sono stati portati addirittura davanti a vetrate e finestre e ciò ha permesso ai degenti di vedere di persona i propri familiari.”

 Riguardo ai  ricoveri involontari nelle strutture psichiatriche, per intenderci, i trattamenti sanitari obbligatori (TSO) che in Italia si attuano nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura degli ospedali., il CPT raccomanda  di limitarne il prolungamento.

Sento Rossana al telefono, vive in Puglia, mi dice che il  suo amico Andrea è stato ricoverato in psichiatria in questi giorni , pare sia in TSO. Alla scadenza il ricovero continua, Andrea esce dopo circa venti giorni.

In questi giorni capita di leggere articoli di cronaca che non si discostano di molto dai soliti a cui siamo abituati. Ci informano che a Torino  sarebbero aumentati i TSO a causa della quarantena forzata o chissà a  causa di cos’altro. Frasi come queste “Parliamo di tutti quei ricoveri forzati di pazienti che riscontrano problemi psichiatrici e che sono potenzialmente pericolosi per se stessi e per la comunità”, “soggetti aggressivi o mentalmente fragili” (il grassetto è in originale dall’articolo) , ci confermano quale sia l’opinione dominante, complice il lessico di molti giornalisti.

Concluderei con una considerazione di Carla sulle residenze per anziani  ”Nelle   strutture in cui non c’è il rispetto del malato e non si è curata e sviluppata una cultura della “valorizzazione della persona malata”, non ci sarà nessun cambiamento tra il pre-virus e il post-virus.  Senza nessun tipo di compensazione affettiva , una persona con demenza non potrà che sentirsi inutile. Come fare a distinguere tra un comportamento morale corretto nei  confronti  dei malati e uno scorretto  è la grande sfida del futuro, visto che le persone soggette all’assistenza nelle case di cura spesso  non possono parlare”

31 marzo 2020

Cristina   

Per saperne di più : CPT+su+coronavirus+e+privati+libertà

https://www.coe.int/it/web/cpt/-/covid-19-council-of-europe-anti-torture-committee-issues-statement-of-principles-relating-to-the-treatment-of-persons-deprived-of-their-liberty- https://rm.coe.int/16809cfa4b

Immagine: minifigura in plastilina “Corpo chiuso in gabbia “ di Eric Loi https://ericloiworks.com/

 

 

 

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