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TSO. Trattamento o trattenimento sanitario obbligatorio?

La porta chiusa, le fasce di contenzione, l’indifferenza.

Basta poco per morire.

Bastano 87 ore.

“Come un Cristo in croce“, diranno.

Una immagine forte, resa tale dalle istantanee prese dalle telecamere di video sorveglianza che
ritraggono gli ultimi momenti di vita di Francesco Mastrogiovanni, il maestro salernitano morto
nell’ospedale di Vallo a seguito di un TSO.

Una storia che, oggi, è il grido che tenta di scardinare le porte chiuse dei reparti psichiatrici e le
coscienze, per far luce sulla incostituzionalità dei trattamenti

sanitari obbligatori, sulle procedure, in odore di tortura, della contenzione.

Cristo si è, dunque, fermato a Vallo.

Chissà se avrebbero “trattenuto” con obbligo anche l’uomo che si professava Figlio di Dio e che
annunciava una resurrezione post mortem.

Può capitare. Potrebbe accadere ad ognuno di noi.

Potrebbe capitare di romperci, mal funzionare e “dare di matto”, e trovarci di fronte un intero esercito
di Stato. Un TSO, infatti, muove due medici (e la legge non prevede che siano psichiatri), un sindaco,
un giudice tutelare (che interviene dopo 48 ore, a TSO già in essere), infermieri e le civiche forze
dell’ordine.

E, in linea con una espressione popolare, se è matto, è “da legare”.

Sette giorni di libertà sospesa, di dignità ferita. Sette giorni che possono essere rinnovati su richiesta
dello psichiatra.

È accaduto a tanti: a Giuseppe Casu, nel 2006, legato per sette giorni e morto nell’ospedale di
Cagliari; a Edhmun Hiden, di origini nigeriane, entrato con trattamento sanitario volontario
nell’ospedale di Bologna, nel 2007. La morte sopravenne dopo che fu contenuto meccanicamente e
farmacologicamente;

Nel 2007 muore, nell’ospedale San Giuseppe di Empoli, anche il ventenne Roberto Melino. Anche
qui un TSV si trasforma in TSO, fino al sopraggiungere della morte.

Renata Laghi, morta nel 2008 nell’ospedale di Forlì dopo dieci giorni di incuria medica.

Tra il 2015 e 2016, la cronaca nera registra le morti di Massimiliano Malzone e Carlo Vitolo
nell’ospedale di Sant’Arsenio, nel salernitano: nella lista degli indagati gli stessi medici del caso
Mastrogiovanni; muore, per aver rifiutato di salire sull’ambulanza, il quarantenne di Torino Andrea
Soldi.

Secondo alcuni testimoni, gli agenti di polizia intervenuti eseguono una operazione che in manicomio
era detta “la cravatta”, una stretta del collo da dietro, tra avambraccio e bicipite.

Quanto della mentalità del manicomio e di obsolete procedure ci portiamo dentro nel giudicare e
gestire un malato mentale?

Quanto della legge Basaglia abbiamo portato nella cura, nelle strutture organizzate per accogliere e
poi seguire, in maniera terapeutica, il malato mentale, da dentro e nel fuori?

La libertà – diceva Basaglia – è terapeutica.

Ma la libertà del malato psichico fa paura perché, nella concezione comune, mette a repentaglio la
nostra libertà, per molti la nostra incolumità.

Intanto a morire sono i pazienti.

Nel 2016, la lista dei morti di TSO si aggiorna tristemente coi nomi di Antonio Scaletta, 52 anni,
morto nell’ospedale di Mantova, e di Fabio Boaretto, 60 anni, morto nell’ospedale di Schiavonia.

Il caso di Mastrogiovanni e le ombre sui trattamenti sanitari obbligatori, hanno portato in prima linea
i Radicali Italiani impegnati in un progetto di riforma del TSO: che preveda un’assistenza legale
obbligatoria per i malati che si trovino in queste situazioni e la massima trasparenza delle condizioni
di cura all’interno dei reparti

Mastrogiovanni e altri, come Cristi in croce.

Gesù morì gridando: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno“.

Occorre più consapevolezza, ma occorre anche disubbidienza, intimistica, in nome della dignità e
salvaguardia della persona

Altrimenti non c’è perdono, perché “sapevano quel che facevano”.

Fatima Mutarelli

Articolo pubblicato nel sito, Osservatorio repressione

http://www.osservatoriorepressione.info

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